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I

SANC - SAC
DOROTHE
VS - AVG
LIB PROC
MASSAE
MARIAN
S - D - D

Iscrizione votiva, scolpita in una basetta quadrata, che sostenne già la immagine del nume, cui ella è dedicata. Fu rinvenuta lungo la via dei sepolcri. Le sigle dell'ultima linea si debbono spiegare signum, o sigillum dono dat. Frequenti esempi ne offre la epigrafia di simili dedicazioni fatte dai coloni a Silvano, o come a dio terminale, o come a dio agreste, nella cui tutela si poneva la coltivazione dei campi e i loro confini, artefatti, o naturali che si fossero. Della natura e delle attribuzioni di questo nume, che fu in sostanza una cosa stessa col dio Pan degli arcadi, tratta copiosamente il Reinesio, illustrando alcune lapidi a lui dedicate; e nota ancora la sua triplice invocazione di Silvano agreste, terminale e domestico, testificata dai marmi, e ch'ebbe origine dal credere gli antichi, che tutte le loro sostanze immobili fossero sottoposte a quel dio della materia (1). Accade appena rammentare, che il Silvano agreste, qual è quello cui fu posta la nostra iscrizione, si rappresentò dagli antichi nudo, o creato, con ispida e corta barba, coronato di pino; con una piccola falce, o ronca nella dritta, e un ramo di pino, o di cipresso nella sinistra, col qual braccio sostiene ancora una pelle colma di frutta e di uve, che tiene dall'un capo annodata intorno al collo; un cane, o lupo gli sta presso, dal lato dritto (2). I più notabili tipi che siano in Roma di questo nume, li troviamo in un basso rilievo del palazzo Panfili, descritto dal Marini nelle iscrizioni albane (3), ed in un ara del museo Chiaramonti (4); ma sopra tutto in una pregevole statua della villa Pacca, fuori la porta Cavalleggeri, provegnente da Ostia e non ancor pubblicata, ch'è forse il miglior simulacro che abbiamo di detto nume (5).

La nostra iscrizione fu posta a Silvano da un tal Doroteo, liberto imperiale, amministratore, della massa mariana. Si vuole in primo luogo avvertire, che la paleografia di questo monumento non permette di assegnarlo ad un tempo, che sia posteriore alla prima metà del secolo terzo dell'era volgare. Donde nasce il primo pregio del medesimo; peroccchè la parola massa, col significato di un tratto indefinito di paese; ovvero di un complesso di più campi e poderi adjacenti, che vadano sotto un medesimo nome; od anche in senso equivalente, secondo il glossario al greco , cioè patrimonio, si avea per vocabolo d'intima latinità, non si trovando mai adoperato dagli scrittori antichi; anzi lo si sarebbe creduto introdotto nella lingua latina non prima del IX secolo, quando comincia ad occorrere negli atti pubblici e nelle bolle, senza la testimonianza di due marmi scritti, venuti a luce nel passato secolo, che le dimostrano in qualche uso fin dal secolo quarto. E sono: l'epitaffio di Valeria Massima, rinvenuto fra Vicovaro e Cantalupo, presso a San Cosimato; ed ora esistente nel palazzo Bolognetti a Vicovaro; epitaffio spettante per lo meno al quarto secolo, e dato dal Desantis (6), dallo Chaupy (7), dal Nibby (8), dall'Orelli (9) e dai moderni lessicografi; nel quale la defunta si dice sepolta: in praediis suis massae mandelanae; e la insigne base di Postumio Giuliano, rinvenuta nel foro di Preneste, la cui nota consolare segna l'anno dell' E. V. 385, data dal Foggini nei fasti di Verrio Flacco (10) e forse più essattamente dall'espositore del museo pio clementino (11), sebbene tale edizione non sia conosciuta dall'Orelli, che rapporta ancora la detta iscrizione (12), notevolissima per la inserita particola del testamento di Giuliano, che lega ai suoi concittadini alcuni fondi ex massa praenestina, cioè, del suo patrimonio prenestino, come spiegò Ennio Quirino. Or ecco un terzo monumento, che ratifica il predetto uso di cotesta parola, ed è anzi tanto più notabile degli altri due, in quanto che dalla fine del quarto secolo ne rimanda sicuramente l'uso al secolo terzo non molto inoltrato, come accennammo più sopra. La qual parola d'altronde non occorrendo mai negli autori col detto significato, sembra potersene inferire, che avesse ad essere uno di quelli, che noi diciamo termini dell'uso; che sono spesse volte voci condotte per metafora ad un senso, che naturalmente non avrebbono, ad effetto di rendere l'idea con maggior brevità ed evidenza; quantunque siano evitate da chi si picca di scrivere forbitamente. Di fatto il primo e genuino significato della parola massa spiega ottimamente il concetto di un aggregato di più poderi limitrofi, che formino un solo possedimento e prendano il medesimo nome.

Vediamo ora se alcuna memoria storica ne ajuti a rintracciare l'origine della denominazione di cotesto predio. Sappiamo da Plutarco, che Cajo Mario vinto da Silla e costretto ad allontanarsi da Roma, si rifugiò in una sua villa detta solonio; dove sostato alcun poco, di colà si ridusse in Ostia e quivi s'imbarcò su una nave, che un amico gli teneva allestita (13). Dal che parrebbe potersi dedurre, che detta sua villa non fosse molto lungi dalla nostra colonia. Ma ne toglie qualunque dubbio Festo nella voce Pomonal, dicendo: Pomonal est in agro solonio, via ostiensi, diverticulo a miliario VII. Donde rimane provato ad evidenza, che il Solonio di Mario era veramente nel territorio ostiense, circa quattro miglia lungi dalla città. E credo che dovesse trovarsi dal lato sinistro dell'ostiense; perché dall'opposto i campi non si estendono molto, venendo terminati dalle ripe del Tevere; nè vi sarebbe stato spazio sufficiente per un diverticolo, che staccandosi dal settimo miglio della via maestra, giugnesse divergendo fino al duodecimo dov'era il solonio (14). Ma comunque si fosse, mi basta per ora l'osservare, ch' egli si può con molta probabilità riconoscere la villa di Mario nella nostra massa mariana : la qual villa sebbene caduta, chi sa per quali vicende ! nel patrimonio imperiale, e incorporata forse con altre terre, tuttavia si comprende che dovea ritenere almeno nel nome la memoria dell'antico signore; memoria che l'avrà resa lungamente famosa alla posterità.

II


PERMISSV - M . . . . . . .
CVRATORIS - alvei - et
RIPARVm - tiberis
. . POMP . . . . . . . . . .

Pregevolissimo frammento, che non credo posteriore ai tempi di Adriano, sì per la forma dei caratteri e sì per li accenti che vi si trovano. Le note di Tirone e un passo di Seneca ne aveano appreso l'uso della parola vigiliarium, in senso di un luogo atto a ricevere chi facesse guardia vegliando: significazione che le viene confermata da un cippo terminale, rinvenuto nel 1837 sulla ripa del Tevere, circa due miglia fuori della porta portese, dottamente illustrato dal Biondi, negli atti della pontificia accademia di archeologia (15): e per analogia da due lapidi ostiensi, date l'una dal Melchiorri (16) dall'Amati (17) dal prelodato Biondi (18) e dall'Orelli (19) l'altra da me nella relazione dell'escavazioni ostiensi (20): e di questa avrò a parlare più sotto, indagando il significato di detta parola vigiliarium, quand'ella si riferisce a monumento sepolcrale. La qual parola nella nostra iscrizione ha, siccome ognun vede, il suo primo e genuino significato, e sembra denotare il luogo in cui si doveano trattenere alcuni di cotesti barcajuoli, addetti al tragitto di Lucullo, aspettando il momento di mettersi all'opera e fors'anche perché si sapesse ove trovarli in caso di bisogno.

La restituzione della seconda linea è messa in chiaro dalla nota base ostiense di Gneo Sentio Felice, data dal Fabbretti (21) dal Gori (22) dall'Orelli (23) e da altri. Nota era da questa la corporazione dei lenuncularii detti del tragitto di Lucullo, ma niuno s'è occupato di ricercare, che cosa s'abbia ad intendere probabilmente pel nominato tragitto. Il Volpi dice semplicemente, che poteva essere un picciolo luogo marittimo o fluviale, vicino ad Ostia, dove quei barcajuoli trasportassero la gente (24). Ma dall'un canto parmi poco probabile, che non sia rimasta veruna memoria d'un luogo si frequentato, che diede origine e nome ad una corporazione di battellieri; massime se detto luogo appartenne al famoso Lucullo, come sembra indubitatamente aversi a dedurre dalla denominazione di quel tragitto: e dall'altro canto non sappiamo che Lucullo possedesse alcuna villa vicino ad Ostia; e s'egli ve l'avesse avuta non lo avremmo certo ignorato, tanta era la rinomanza delle ville lucullane appresso gli antichi! Per queste ragioni punto non inclino ad ammettere l'opinione del Volpi; ma fatta più accurata indagine, mi sembra poterne proporre una spiegazione migliore. Io credo pertanto che il tragitto più volte menzionato fosse un viaggio di mare, che facesse capo presso ad una delle famose ville marittime di Lucullo, situate lungo la riviera del terreno; sia quella del promontorio circèo, o quella del miseno, sia quella di Baja, o quella di Napoli: fra i quali porti ed Ostia, non solo a cagione dell'attività del commercio, ma eziandio per le ville amenissime ond'erano sparse le ridenti costiere della Campania, si deve supporre che fossero grandissime comunicazioni e passaggio di navi numeroso e continuo. Chi non rammenta, per addurne un esempio, quanto fosse frequentato il soggiorno di Baja, prediletto agli antichi fra tutte le spiaggie d'Italia, ornato di ville magnifiche dai principi e dai più nobili personaggi di Roma; ove traeva, nelle propizie stagioni, moltitudine pressoché infinita di genti d'ogni paese, PROPTER AQVAS CALIDAS DELICIASQVE MARIS, come si legge in un raro titolo ostiense? (25). Se tanto dunque dagli antichi erano frequentati quei luoghi, mi sembra cosa probilissima, non pur verisimile, che si fosse formata in Ostia alcuna società di navi, sia per conto ed a profitto del comune istesso, sia per l'industria di privati speculatori, le quali periodicamente facessero il tragitto dal porto ostiense ad uno dei porti anzidetti nelle cui vicinanze era posta la villa di Lucullo (26): dal porto ostiense ond'era il passaggio più comodo e breve alle delizie marittime della Campania. Che se mi si chiedesse, per qual ragione cotesto viaggio si fosse dimandato trajectus Luculli, non esiterei forse a rispondere, che siffatta denominazione dovea essergli derivata dalla fortuita circostanza, che dette navi, arrivate al termine del corso loro, si dovessero ancorare in vicinanza del luogo, donde partiva il canale di mare, che mettea nella villa di Lucullo; il quale si dovea dire latinamente trajectus Luculli come tiene il Forcellini, che citando la prefata base di Gneo Sentio, spiega: locus ubi Lucullus amicos trajicere solebat: sapendosi ottimamente, questa essere stata una dell'esquisite comodità, che l'uom profusissimo volle introdotte nelle sue ville marittime, a costo d'incredibili spese; massime in quella che fu presso Napoli, nel luogo dov'è adesso Castel dell'Uovo, dove spianò una montagna per dare adito al mare; di che impariamo che fu proverbiato da Pompeo Magno, col titolo di Serse togato (27). Pertanto la rinomanza di quei canali e delle ville di Lucullo sarà stata probabilmente la cagione, per cui taluno di quei viaggi di mare avrà tratto la denominazione dalla circostanza testé accennata, anziché dal porto e dalla città, presso alla quale le navi facevano scala.

Ma dunque un tratto di mare dal porto ostiense ad uno dei porti della Campania, si faceva egli con barche sì picciole, quali furono quelle, che gli antichi dimandavano lenunculi? No certo; ma questa ombra di difficoltà è dileguata interamente da un passo di Strabone (28), il quale narra, come il porto di Ostia, formato dall'alveo del Tevere presso alla foce, avendo l'entrata pericolosa e difficile per le navi che si attentassero di varcarla, gravate da soverchio peso, s'era ovviato agl'inconvenienti che potevano risultarne, con mettere in acqua un gran numero di barchette a remi, che si facevano incontro ai navigli, come quelli si accostavano al porto, e con alleggerirli di una parte del carico, li rendeano abili ad affrontare senza pericolo la imboccatura del Tevere. Io stimo pertanto, che i nostri lenuncularii, prestassero cotesto servigio alle navi del tragitto di Lucullo; e l'essersi i medesimi eretti in corporazione dà ad intendere quanto fossero numerosi, e quanto fosse in voga il prefatto tragitto. Dalle quali cose e da quanto si vedrà più sotto, intorno al significato della parola vigiliarium, quando si riferisce a sepolcro, apparisce, che il vigiliario, cui appartenne la nostra iscrizione, dovea essere probabilmente un picciolo edifizio, di un solo piano, in cui si trattenessero di nottetempo alcuni di cotesti battellieri, aspettando l'arrivo delle navi, al cui servizio erano addetti, e per darne prontamente avviso ai compagni; fors'anco per iscorgere da lungi l'appressare di dette navi, onde trovarsi più presti nel momento di accorrere. Difatti, che il nostro vigilario si trovasse sulla ripa del fiume, si conosce dal dirsi nella iscrizione, che fu fabbricato con permissione del curatore dell'alveo e delle ripe del Tevere; donde si vede che stava sull'agro pubblico assegnato alle ripe, cadendo per conseguenza sotto la giurisdizione di quei magistrati; giurisdizione la quale si dovea supporre che si estendesse fino ad Ostia, siccome il presente frammento espressamente dichiara.

Nella quinta linea, dopo il PERMISSV, si scorgono le tracce di una M, che fu senza fallo il prenome Marco del curatore; il cui gentilizio non potendo mancare in iscrizione di questo tempo, è da credere che fosse abbreviato, per esempio: AVR. o AEL. onde lasciar posto al cognome, che altrimenti non vi potrebbe capire per la strettezza del marmo. Nell'ultima linea delle rimaste parmi riconoscere le vestige del nome POMPilius, o POMPonius, che sarà stato il maestro o patrono di questa corporazione, il quale fece edificare il vigiliario in quistione.

III

. . . . . . .
introeunt-
IBVS IN
PARTE DE
XTERIOR
VBI CVBI
CVLVS ES
T - AEDICV
LA CVOL
LIS - ET - CO
NDITIVO
ET - COL\/\
BARIS -
N - II - ET
IN FRONT
E CVBICV
LI - N - XI -
ESOLARV
LT CVBIC
VLI - ET - VI
GILIARI
PARTEM
IIII.

E' la seconda lapide sepolcrale ostiense, in cui occorra la parola vigiliarum col significato di sepolcro, o parte di sepolcro; il che non si trova in altre iscrizioni.

Nè questa è la sola considerazione che la renda notabile. Sciolti i nessi e le abbreviatura vi si legge . . . . introeuntibus in parte dexteriori, ubi cubiculum est, aediculam cum ollis et conditivo et columbariis, numero II et in fronte cubiculi, numero XI; et solarium et cubiculi et vigiliarii, partem quartam.

Pongo nel quarto caso aediculam, in grazia della sintassi, per farla concordare con solarium e partem quartam, tutti accusativi retti da un verbo, che la frattura di questo raro latercolo ne lascia ignorare. Credo però che il senso fosse presso a poco il seguente, tranne i omi, che sostituisce a capriccio: Herennuleja A. lib. Primula, emit, ovvero, donationis caussa accepit ab Cacia C. Lib. Evhodia, introeuntibus parte dexteriori, aediculam cum ollis, cet. E intendo che la persona, che fece porre l'iscrizione, possedesse in cotesto sepolcro, a mano ritta, un'edicola colle sue olle, cioè un sepolcro fatto in guisa di edicola, i cui vasi cinerarii si collocavano nel piano della nicchia (29) forse un sarcofago e due colombai, cioè due de' noti loculi incavati nelle pareti; ed undici dei medesimi nel lato della camera ch'era dirimpetto all'ingresso. E di più, solarium, et cubiculi et vigiliarii partem IIII.

Il solarium, che significa un luogo elevato ed esposto al sole, ossia una loggia scoperta, credo che formasse l'ultimo piano del monumento e fosse sovrapposto al cubiculum. Che poi per vigiliarium s'intenda talvolta un edifizio sepolcrale aderente al suolo, parmi dimostrato dalla iscrizione da me citata più sopra ed illustrate dal Biondi (30) in cui si legge:

HOC - VIGILIARIVM
PERTINET - AT - HEREDEM
AELIAE - HEVRESIDIS
L - GETTIVM - AMANDVM
IS - (31)L - GETTIO - HILARI
ANO - FILIO - ET - HEREDI
ET - LIB - LIB - POST - EOR
IN - F - P - XXVI - IN - AG - P - XXIIS

Perocchè la indicazione dello spazio occupato dal vigiliario lungo la via e nel campo, mi sembra sicuro indizio che il medesimo piantasse immediatamente sul suolo; giacché, quand'anche il sepolcro avesse avuto più piani, la indicazione dello spazio che misurava, riferendosi specialmente al terreno, si costumava sempre di notarla nel piano ch'era a contatto col medesimo. Dalla quale osservazione potrebbe nascere il sospetto, che nel monumento di cui trattiamo si chiami vigiliario il piano inferiore, cubiculo quello di mezzo, e solario la loggia scoperta che ne formava la sommità; loggia ch'era posseduta per intero da chi volle registrati nel nostro marmo i suoi dritti su quel sepolcro; mentre del cubiculo e del vigiliario non gli spettava che la quarta parte. Vero è peraltro che per vigiliario si potrebbe anco intendere una parte dell'edifizio aderente bensì al suolo, ma non sottoposta al cubicula nè ad altro piano, ma che stesse da se, quantunque avesse dipendenza dal medesimo sepolcro e ne formasse parte. Comunque si sia, egli è certo che cotesta denominazione si diede talvolta per analogia, almeno in Ostia, a certi monumenti sepolcrali; ed è probabilissimo che ciò accadesse, perché i medesimi, per la loro costruttura, dovessero somigliare a que' piccoli edifizii, ne' quali le guardie notturne vegliavano a custodia di alcuna cosa, o per accorrere al bisogno in ajuto di alcuno: nel modo istesso che si chiamavano aedes i sepolcri edificati a guisa di tempietti, come c'insegnano i marmi. E siccome le due sole lapidi antiche, nelle quali occorra il vocabolo vigiliarium, col significato di luogo da farvi la sentinella, cioè il cippo terminale illustrato dal Biondi e l'iscrizione dei lenuncularii del tragitto di Lucullo, illustrato dianzi da noi, sono ambedue provegnenti dalle ripe del Tevere, perciò se ne potrebbe concludere con qualche ragionevolezza, che vigiliarii si dimandassero particolarmente alcune casette di una certa forma, destinate a ricoverare le persone, che stessero in guardia lungo le ripe del fiume, per le occorrenze dei legni che lo navigavano. Rimarrebbe allora spiegato in qualche modo, come in Ostia, specialmente si fosse introdotto l'uso di nominare per metafora vigiliarii i sepolcri di una particolare struttura; poiché una città edificata sul fiume e sul mare dovea continuamente avere sott'occhio edifizii di quella specie.

Oltre la parola vigiliarium, usata una sola volta da Seneca fra gli scrittori latini, come notammo a suo luogo, si volle anche avvertire nel nostro latercolo il raro vocabolo, conditivum, nel senso traslato di sepultura, adoperato pure una sola volta dallo stesso autore, mentre in tal senso è più ovvia assai la voce conditorium. Io credo che nel caso nostro conditivum significhi un sarcofago una cassa da contenere il corpo umano disteso: poiché s'era già parlato nella iscrizione di edicola, olle e colombai, e chiamandosi d'ordinario ossuaria e cineraria le urnette di marmo destinate a ricevere le reliquie dei bruciati cadaveri. è certo una cosa singolare che pur questa voce, che si legge una sola volta in un solo scrittore, abbia trovato un opportuno riscontro nell'epigrafia ostiense. Ma l'epigrafia ne serba le più certe ed incorrotte vestige del favellare degli antichi.

IV

Titolo sepolcrale in tre versi esametri, che la forma dei caratteri sembra assegnare al terzo secolo dell'era volgare. Si può tradurre letteralmente così:

Hic Nilus jacet, vir omnium praestantissimus;
Rhetor, magnam sui admirationem, tamquam signum praese-ferens (32).
Aequanimus, prudens, comis sapiensque.

Ampolloso epitaffio, che molto bene si acconcia alla professione di questo defunto; il quale sembra essere stato uno di que' tanti retori, o sofisti, cioè oratori e maestri d'eloquenza e di filosofia, che stipendiati dai principi romani, da Vespasiano in appresso, inondarono Roma e l'impero, apersero scuole di fanciulli anziché di giovani, e cominciarono ad insegnare eloquenza, quando la vera e magnifica eloquenza romana, per le variate condizioni dei tempi e la nuova forma dei giudizi, era quasi al tutto perduta, nè dovea più risorgere. Contra dei quali severamente parla Cornelio Tacito, o qualunque si sia l'autore del dialogo degli oratori, accusando la inettitudine di que' maestri e il danno che recavano all'arte oratoria, inceppandola con precetti scolastici, e facendola esercitare in vane declamazioni e controversie inverisimili, che mai non sarebbero cadute in acconcio nelle vere cause, alle quali dovevano preparare i discepoli. Laddove in altri tempi erano stati la scuola dell'eloquenza il foro ed i tribunali; e s'imparava alla presenza dei giudici e nel cospetto del popolo, men dall'insegnamento, che dall'esempio dei più famosi oratori. Nunc autem, segue l'autore del dialogo, adolescentuli nostri deducuntur in scenas scolasticorum, qui rhetores vocantur, quos paullo ante Ciceronis tempora extitisse, nec placuisse majoribus nostris, ex eo manifestum est, quod L. Crassio, et Domitio censoribus, cludere, ut ait Cicero, ludum impudentiae jussi sunt (33). Nonostante però queste riflessioni di un uomo ch'era, o volle parer migliore dell'età in cui viveva, e prevalendo la inclinazione dei tempi, i retori e sofisti continuarono a venire in fama e toccavano grossi stipendii dai principi e dai privati. Nè accade rammentare, che la parola sofista, trovata da principio per denotare un falso sapiente, un ostentatore di filosofia, e sempre adoperata in questo senso, come si potrebbe mostrare con molti passi di autori, ed in ispecie con uno espressissimo di Platone in Protagora, cambiata in appresso quasi la indole del sapere ed essendo in voga una filosofia ed una eloquenza cavillosa e fallace, cambiò medesimamente anche il significato della parola; e quello ch'era prima un termine di spregio, divenne poscia un titolo di onore, suonando il medesimo che un sapiente, un filosofo, un oratore. Ai quali ultimi facilmente appartenne il nostro Nilo che il suo nome ne potrebbe far credere un grecoegizio, erudito forse all'eloquenza nelle celebratissime scuole alessandrine.

Ma ciò che rende grandemente notevole il suo titolo sepolcrale, sono le due sigle sovrapposto al medesimo; nuove finora, per quanto io mi sappia, nella greca epigrafia, e che mi sembrano d'assai difficile spiegazione.

Egli è notissimo a chiunque s'intenda ancor poco di epigrafia, che gli antichi, prudenti sempre ed avvisati, non suolevano abbreviare in sigle, se non quelle voci, o quelle formule, ch'essendo solenni in certi casi e consacrate dall'uso, bastava il vederne la iniziale, per comprendere all'istante il rimanente della parola, che si lasciava per brevità. Dietro siffatta considerazione, si vorrebbe pensare, che fosse di questo genere la invocazione che ne si offre; e dico invocazione perché tale la dichiarano, tanto il luogo che dette sigle occupano nell'epitaffio, quanto la iniziale ?, che niuno in questo caso crederebbe indicare altro che la parola . Ma d'altronde, si potrà crederla una formula solenne, s'ella non è mai comparsa in tanta moltitudine di titoli greci che possediamo; s'ella è per conseguente affatto ignota a quanti si occuparono fino al presente di raccogliere le sigle dei greci, come il Corsini, il Maffei, il Piacentini? Oltrechè, per esser formula sepolcrale solenne, dovrebbe corrispondere al Dis Manibus dei latini, al dei greci, non conoscendosi altra funerea invocazione adoperata dagli antichi nell'epigrafi dei sepolcri. Ma chi troverà una parola greca, cominciante per W, che abbia un significato analogo alle anzidette? E posto ancora, che vi fosse, come poteva osare chi dettò l'epitaffio di abbreviarla in una sigla, se non era quella la parola rituale, la parola che tutti conoscevano, e ch'era quindi espressa bastevolmente dalla semplice iniziale?

Parmi questa una difficoltà da non essere facilmente risoluta, senza l'ajuto di un opportuno confronto che metta in chiaro ciò che parmi ora ignoto. Con tutto ciò non mi starò dal proporre una mia congettura, che stimo fornita di alcuni gradi di probabilità; comunque non osi lusingarmi di avere con essa colpito nel segno.

Se una formula equivalente al Dis Manibus, per le ragioni allegate non si può supporre in quelle due sigle, per la ragione opposta non è raro di trovare nella epigrafia indicati colle sole iniziali i nomi degli dei; cioè per esser quelli notissimi a tutti. Soprassiedo agli esempii, perché numerosi ed alla mano. La invocazione dei mani, cioè dell'ombre dei trapassati, non era di greco, e molto meno di egizio rito, ma di romano, come fu avvertito dal sommo Noris nei cenotafii pisani (34); tantochè non s'è mai veduta nei veri titoli greci, ed i pochissimi provegnenti di Grecia che la esibiscono, risulta chiaramente dai nomi che appartennero ad uomini romani, usciti di vita in que' paesi. Che se trovasi di frequente negli epitaffi dei greci vissuti in Roma ed in Italia, ciò addiviene dall'essersi quelli adattati alla religione dei loro signori: ma tanto è vero ch'essi non istimarono quello un rito patrio, che molte volte neppur si curarono di tradurre in greco la detta formula, ma, sibbene l'espressero colle parole e lettere latine. Ciò posto, non trovo inverisimile che il nostro greco o egiziano che si fosse, o chi per lui dettò l'epitafio, in cambio dei mani da lui non riconosciuti, avesse voluto invocare alcuna divinità, che secondo le patrie superstizioni sperasse avere propizio nel soggiorno dei morti. Ond'è che se la sigla in quistione, in cambio di un W fosse stato un O, non avrei per avventura esitato a ravvisarvi Osiride, il quale, come dio panteo, s'identificava con Serapide, o col Sole inferno, corrispondente al Pluto dei greci: di che, per tacere di ogni altra cosa, anche l'epigrafia ne somministra le prove, colle acclamazioni funebri: det tibi Osiris aquam frigidam; e bono animo sis cum Osiride (35): le quali superstizioni di Osiride è noto che in Grecia si appropriarono a Bacco. Ma essendo invece un W, nè forse potendosi supporre un errore, massime in quel luogo, in un titolo dettato con proprietà e inciso con diligenza, inclino invece a ricorrere a Horus, che mentre colla sua iniziale si presta a spiegar quella sigla, avrebbe potuto per la sua natura essere invocato in epitaffio di tale uomo e di quel tempo.

Senza internarmi nei penetrali della egiziana teologia, io posso qui addurre in mio favore le note identificazioni di Horus con Osiride; ch'ebbero talvolta un culto promiscuo e venivano ambedue simboleggiati col geroglifico dello sparviero; onde varrebbero per la invocazione di Horus le stesse ragioni, che motivarono quella di Osiride. Posso ancora allegare, che il grande Horus fu dai greci comunemente inteso pel loro Apollo; sebbene col medesimo si voglia particolarmente simboleggiato il sole entro certi limiti del suo corso, intorno a che sono da vedere gli scrittori delle cose egizie. Ora niuno ignora, che nel terzo secolo dell'era nostra, cui spetta probabilmente siffatta lapide, atteso il predomio delle religioni orientali, tutta la pagana mitologia s'era fusa nel culto del sole; il quale perfino nelle monete di quel tempo viene chiamato dominus imperii romani: culto da cui si derivarono tante sette di nuove e misteriose superstizioni. Nulla infine ripugna a credere, che il nostro retore fosse un greco egizio; anzi a cotesta supposizione consuona il suo nome di Nilo; potè questi adunque invocare un nume, che nel panteismo patrio, anzi nella religione di quei tempi, fu divinità universale: perché poi lo invocasse precisamente colla sua denominazione di Horus, ciò è men facile a stabilire; può essere che l'abbia fatto a cagione del tempo, nel quale il medesimo ora uscito di vita; semprechè non abbia voluto con siffatta invocazione professare le misteriose dottrine della sua setta intorno al destino dei trapassati (36).

Questa m'è parsa la spiegazione più verisimile delle due sigle in quistione. Vedano gli eruditi s'ella sia tale che si possa difendere; in caso diverso ne propongano un'altra migliore, cui sarò lieto di acquetarmi, disdicendomi della mia.

V

. . . . . . AE - Q - F - VERAE - FLAMINICAE
MinerVAE - AVG - MATRI - A - EGRILI - PLARIANI
PATRIS - P - C - COS

Manca per la frattura del marmo il gentilizio della defunta: nell'ultima linea si deve leggere: patroni coloniae, consulis. E' rilevante per Ostia siffatte lapide, perché ne mostra decorata dai fasci la casa degli Egrilii, nome propagatissimo nella colonia, o di cui l'epigrafia ne ha serbato numerose memorie. Onore tuttavia che già le veniva conferito implicitamente da un'altra persona dello stesso cognome, cioè da un Quinto Egrilio Plariano, che un marmo del Muratori (37) ne fa conoscere legato dell'Affrica a tempo degli Antonini. Il Marini negli Arvali (38) reca una bella lapida ostiense di un altro Egrilio Plariano e ne cita una seconda del medesimo, con un voto dedicato a Diana nemorense (39). Egli tiene che costui possa essere il padre del sopraddetto legato del tempo degli Antonini. Ora siccome il console del nostro marmo, fu probabilmente un suffetto dei tempi di Traiano o di Adriano, giacché i caratteri della iscrizione non consentono che si assegni ad epoca più recente, così può darsi che il medesimo fosse padre, forse adottivo, del Plariano, la cui lapide si reca dal Marini nel luogo indicato; sicché verrebbe ad esser l'avo dì quello che reggea la provincia consolare a tempo degli Antonini. Dove mi cade in acconcio l'osservare, che cotesti Plariani sono i soli della gente Egrilia, che prendevano un medesimo cognome, e diverso prenome, contro il costume invariabile di dotta gente, di usare tutti indistintamente il pronome di Aulo, discernendosi fra loro soltanto dai cognomi, nei quali per conseguenza offrono grandissima varietà. Ma si vede che arrivato un Plariano a sedersi nella maggiore curule (e fu probabilmente il nostro) volle trasmettere anche al figlio il proprio cognome e continuarlo nei discendenti, per la illustrazione del casato e a motivo di separarli dalla massa degli Egrilii, fra i quali per l'addotta ragione, non è mai possibile di rintracciare famiglia, nè discendenza. Avvertasi, che ai monumenti dei Plariani citati dal Marini, si deve aggiungere, oltre al nostro consolare, un altro dato dal De Lama nelle iscrizioni vellejati (40) e nuovamente dal ch. P. Garrucci d. C. d. G., nella erudita dissertazione intorno di cosiddetti accenti delle lapidi latine (41): dove spiega ottimamente per Aulo, prenome perpetuo degli Egrilii, l'O col segno sovrapposto, che precede il gentilizio di chi pose quel titolo.

VI

C - GRANIO
C - FIL - QVIR
MATVRO
DECVR - DECR
DECVRIONI - Gratis
ADLECTO
CORPOR . . . . O . . . .
NAV - MARIN - ET amnal - fec
ERVNT . . . . . .

Monumento importante per la corporazione che ne risulta delle navi marine e fluviali di Ostia, ignota finora, almeno in parte, alla epigrafia, e che viene da me restituita in questa lapide onoraria, coll'ajuto del titolo sepolcrale del medesimo personaggio, da me scoperto nella villa Pacca e che sebbene frammentato anch'esso, nondimeno si può restituire con sicurezza nel modo seguente:

D M
C - Granio - C - F - QVIR - MATVRO
duum VIRO - OSTIENSIVM
QQ - CorpORIS - MANSORVM - OST
iensiVM - PATRONO - CORP
curat - NAVIVM - MARINARVM
et - aMNALIVM - OSTIENS
et - dendrOPHORVM - OSTIENS
et - fabr - navaLIVM - OSTIENSIVM
et - CATINFNSIVM

Non accade qui favellare nè dei misuratori del grano, nè dei dendrofori, nè dei fabri navali, sodalizii già noti per molte altre lapidi e dilucidati abbastanza dagli eruditi. E' degna però d'osservazione la corporazione dei curatori delle navi marine e fluviali di Ostia, di cui fu patrono il nostro Granio ed era quindi probabilmente stato maestro. Ho restituito in questa lapide: patrono carp. curator navium marinar. cet., sull'autorità della nota base ostiense di Gneo Sontio Felice (42) in cui si legge che il medesimo ebbe, tra l'altre onorificenze, quella di QVINQ - CV-RATOR - NAVIVM - MARINAR; quinquennalis curatorum navium marinarum; sebbene in questa non si faccia menzione delle navi fluviali, che nel nostro marmo sì aggiungono alle marine. Apparisce da queste iscrizioni, quanto grande dovesse essere il numero delle prefate navi, se i curatori delle medesime potevano di per sé soli formare una corporazione. Ma riflettendovi alquanto, parmi che ciò non debba recare alcuna maraviglia. Perocchè io stimo che le naves amnales del monumento di Maturo, fossero al tutto le stesse cose con quelle, che si dimandavano caudices, o codices, per le ragioni che vengono allegate dai lessicografi; donde trassero il nome i codicarii, del collegio de i quali fu un tempo curatore in Ostia un Calpurnio Chio, come ricavasi da un'altra bella iscrizione della villa Pacca, dottamente pubblicata dal ch. Henzen, negli Annali dell'Istituto di Corrispondenza Archeologica (43). L'ufficio dei codicarii era il trasporto dei grani da Ostia a Roma, sul Tevere: per lo che erano strettamente collegati coi mensores frumentarii ostienses, e al pari di quelli erano sottoposti alla giurisdizione del prefetto dell'annona, come risulta dalle lapidi (44) e da taluni rescritti del codice teodosiano (45). E se le naves amnales erano quelle, che recavano a Roma le vettovaglie, dopo ch'elle erano state sbarcate ad Ostia e riscontrate dai misuratori del grano, quasi ne segue, che le naves rnarinae fossero i bastimenti più grandi, che dalle provincie oltremarine conducevano i grani al porto romano e massime dalla Sicilia, dalla Sardegna e dall'Africa. Ciò posto, e riflettendo alla smisurata quantità di vettovaglie, che bisognavano per alimentare la metropoli dell'universo, e quindi all'immenso numero delle navi, che si richiedevano per eseguirne il trasporto dalle provincie tributarie infino e a Roma, non parrà strano, che i curatori delle medesime navi fossero tanti, da formare una corporazione: corporazione di cui tre hanno confermata, anzi ampliata la notizia questi pregevoli frammenti ostiensi delle iscrizioni di Cajo Granio Maturo. Di costui esiste nel museo vaticano un'altra lapide onoraria inedita, da cui nuovamente apparisce la di lui entrata gratuita nel senato ostiense:

C - GRANIO
C - FIL - QVIR
MATVRO
D - D - DECVRIONI - ADLEC
CVI - ORDO GRATVITVM
DECVRIONATVM - ET - STATVAM
OB MVNIFICIENTIAM EIVS
DECREVIT
C - GRANIVS - RVFVS
L - GRANIVS - CELSVS

Ed esiste ancora nella villa Pacca il titolo della sua consorte, scolpito sopra un cinerario di palombino, con formula che reca alla mente l'iscrizione di Cecilia Metella:

D M
HORATIAE C - F
FORTVNATAE
MATVR

Si conosce dalla paleografia delle recate lapidi che C. Granio dovè vivere circa i tempi di Trajano, o di Adriano.


Note

(1) Synt. inscr. antiq. clas. I. n. CI. pag. 138.
(2) Gli espositori del museo Chiaramonti propendono a credere che l'animale che accompagna Silvano sia un cane anziché un lupo, e ne allegano le ragioni. Mus. Chiar. pag. 176.
(3) Pag. 10. Questo bassorilievo esiste tuttora a piedi della scala di detto palazzo.
(4) Il museo Chiaramonti descritto ed illustrato da F. A. Visconti e G. A. Guattani pag. 149.
(5) Questa statua fu rinvenuta nell'escavazioni che fece in Ostia, negli anni 1854 e 35 il card. Bartolomeo Pacca, allora vescovo ostiense; e si conserva nel suburbano di cotesta illustre famiglia, insieme con altri rarissimi oggetti antichi, per cura dell'esimio prelato, monsig. Bartolomeo Pacco, maestro di camera di S.S.
(6) Dissertaz. della villa di Orazio Flacco, pag. 53.
(7) Decouverte de la maison de campagne d'Horace, tom. III. pag. 249.
(8) Analisi della carta dei dintorni di Roma T. I p. 286.
(9) 104.
(10) Praef. pag. VII.
(11) Tom. I. pag. 5 ediz. rom.
(12) 4360.
(13)

(14) Un altro solonio diverso da questo posto fra la via laurentina e l'ostiense, dovea trovarsi non lungi da Anzio e da Ardea: intorno a che è da vedere il Nibby nel viaggio antiquario da Roma ad Ostia.
(15) Tom. IX. pag. 467 - Orel. 6660.
(16) Antol. di Firenze 1825.
(17) Gìorn. arcad. tom. XXVIII. pag. 357.
(18) Loc. cit. pag. 505.
(19) 4557.
(20) Annali dell'Instituto di corrisp. archeol. an. 1857.
(21) Cap. X. pag. 731.
(22) I. E. p. 308 n. 30.
(23) 4109.
(24) Fea viaggio antiquario da Roma ad Ostia.
(25) Io rammento benissimo, che il Bianchini in certo luogo del suo Ana-stasio, mostra di tenere presso a poco il medesimo avviso; perocché parlando delle pronte comunicazioni che Roma potea avere per mezzo del mare, ne cita ancora per prova la base di Gneo Sentio col tragitto di Lucullo: ma non mi è più venuto fatto di rinvenire quel passo.
(26) Plin. Lib. IX.
(27) Geograph. Lib. 5 cap. 3.
(28) Una di siffatte edicole sepolcrali è stata rinvenuta in Ostia nel monumento, che si trova segnato col n II. nella pianta delineata dal ch. Rosa, di cui ho corredato la mia relazione dell'escavazioni ostiensi. (Ann. Dell'Inst. 1857).
(29) Atti dell'Accad. di Archeol. Tom. IX. pag. 505.
(30) Sottintendi; cessit donavit.
(31) Intendo con ciò di derogare all'opinione da me esternata nella più volte citata relazione dell'escavazioni ostiensi, intorno alle parole vigiliarie, quando si riferisce a sepolcro.
(32) Ho tradotto in questo modo che mi sembra il più naturale. Avverto peraltro che significa anche un ornamento del vestire corrispondente al clavus dei latini: il quale siccome era il distintivo di alcune classi, così potrebbe sospettarsi che si fosse voluto intendere, che il nostro retore fosse dato a conoscere dall'ammirazione che destava, come un senatore, o cavaliere lo era dal clavo.
(33) Corn. Tac. dial. de orat. par. XXXV.
(34) Dissert. III. p. 351. D.
(35) Fabr. Iscr. pag. 466. 102. 103.
(36) Sotto la denominazione del massimo Horus, riconoscevano gli egiziani il principio attivo, nella sua essenza.
(37) 1099.3.
(38) Tom. II. pag. 408.
(39) Spon, Misc. p. 88. Mar. 36. 5.
(40) Pag. 102.
(41) Pag. 23.
(42) Fabr. Inscr. Cap. X. p. 731.
(43) An. 1851 tom. XXII. pag. 154.
(44) Grut. 462. 1.
(45) C. Th. XIV. 15. 1.=XIV. 4.9.